Bravi bravi, bene bene, ciao ciao
Buona riforma, perdiamo le elezioni
Una Legge Finanziaria come quella appena approvata in Italia era necessaria in un paese europeo, all’interno dell’Europa degli ultimi due anni, vittima della scure destrorsa del mito della flessibilità e della liberalizzazione imprenditoriale indiscriminata premiata ed incentivata a livello statale. A sud della Germania Mercheliana, appena uscita da un governo socialdemocratico ed approdata in un’epoca liberaldemocratica di stampo democristiano e filoindustriale, che si porterà strascichi per qualche lustro, è fenomenale e sorprendente veder apparire in Europa una legge Finanziaria che recuperi le basi della Socialdemocrazia, come la centralità del lavoro rispetto all’impresa, la redistribuzione del reddito e la tutela del welfare e della struttura dello Stato Sociale.
Era ancor più necessaria in un paese come il nostro, appena uscito da un quinquennio disastroso, che ha fatto a pezzi una Nazione Economica, disfacendo la tutela del lavoro e la tutela delle classi deboli, dove le leggi ad hoc per una persona hanno distratto l’intero dibattito politico ed attirato molta più attenzione dei reali problemi che un governo destrorso e manovrato dalla Confindustria avrebbe ad ogni modo creato.
La nuova legge elettorale ha messo le mani sul costo del lavoro per le imprese, promuovendo sgravi per le imprese che favoriscano il lavoro a tempo indeterminato ed i dipendenti fissi, abbattendo il mercato selvaggio della precarietà. L’aggiunta di un’aliquota al calcolo delle imposizioni Irpef per i redditi alti ed una riforma delle condizioni di detrazione ed esenzione fiscale per i redditi bassi è un passo avanti verso la necessaria parcellizzazione delle aliquote fiscali, che ridistribuiscano la pressione fiscale in ragione del reddito aumentando la proporzione di imposizione fiscale sul totale del reddito al crescere del reddito stesso.
A livello strutturale non si tratta di un’ottima riforma, anche se passa la sufficienza (let’s say it: al contrario di qualunque riforma varata nell’ultimo lustro berlusconiano). La riforma ha avuto il problema di reperibilità di fondi pubblici, e non prevede una redistribuzione degli introiti agli enti locali per compensare la riduzione di gettito fiscale a livello territoriale; la conseguenza diretta è il reale rischio di un inizio di nuova indisciplinata pressione fiscale degli Enti Territoriali che dovranno rientrare nei tetti di budget delle proprie amministrazioni.
Tuttavia il giudizio globale sulla riforma è più che positivo. Controprova della bontà della manovra è l’assalto dei giornali di destra che vengono letti dalla media e bassa borghesia: si sta cercando di demonizzare l’attacco al ceto medio. Una socialdemocrazia ha il dovere di ridistribuire il reddito, ed i ceti medio-alti sono la riprova che la loro condizione di privilegio squilibra l’economia della Società, ed è quindi da questi ceti dell’Economia Nazionale che deve provenire il maggiore gettito fiscale: da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo le sue necessità.
Quindi bravi, quindi bene. Ecco perché, se si votasse fra sei mesi, perderemmo le prossime elezioni.
Vado a spiegarne il mio punto di vista
Una sera di primavera, prima delle elezioni, si stava nella cucina del mio appartamento scarcagnato di studenti squattrinati, che si trova incastrato però fra appartamenti signorili di un palazzo signorile della signorilissima zona Crocetta di Torino. Si parlava di energie alternative, quando suonano alla porta. Entra la figlia della famiglia nostra dirimpettaia di pianerottolo. La ragazza è figlia di una ricca famiglia della Torino-bene, va alle scuoe private, gioca a golf la domenica, partecipa a feste di compleanno i cui ospiti d’onore sono i giocatori della Juventus e se la si spoglia da capo a piedi si ammucchiano a terra dai due ai tremila euro di vestiti ogni volta. Ma la giovincella si è fatta amica la mia coinquilina, una squisita arrampicatrice sociale senza scrupoli, e così finisce che la rampolla viene da noi proletari a farsi offrire il caffè.
“Ciao Giulia. Partecipi alla discussione? Si parlava di fonti di energia rinnovabili”
“Purché non si parli di politica. Non ne posso più”
“Perché Giulia?”
“Parlano tutti di politica, sempre. Anche a casa mia. Io non ne posso più”
Noi, che siamo cattivi, ci divertiamo a stuzzicarla.
“Ma dài, Giulia, tu per chi voteresti?”
Per fortuna la rampolla è ancora minorenne e la legge le impedisce di far danni apponendo una croce su un pezzo di carta.
“Ma non lo so, io non voto”
“Si, ma se potessi per chi voteresti”
“Ma non lo so, forse per l’Udc”
Gelo. Poi, panico. Poi, stupore. Poi, viene da ridere.
“Eh?”
“Ma si, dài. Perché, cioè, insomma, cioè, votare per Berlusconi non puoi no? Ma neanche per la sinistra. Perché la Sinistra vuol prendere la borghesia”, e mette la mano stesa a palmo in giù, “e fare così”, e volta la mano a palmo in su, “e farla diventare popolo!”.
Gelo. Stordimento. Nessuno riesce a pronunciare verbo per un intero minuto. La mia coinquilina fa il caffè fischiettando. L’altro mio coinquilino guarda il soffitto. Io guardo Giulia estasiato.
Alla fine non resisto.
“Giulia… hai veramente detto borghesia?”
E la mia coinquilina, facendo il caffè:
“Si, e ha detto anche popolo”
Sghignazzo. Poi trattengo la risata e dico:
“Beh, signori, benvenuti nel 1848”
Scoppia una risata generale. Giulia è l’unica che si acciglia offesa.
Il mio coinquilino, più cattivo di me, rincara la dose:
“Giulia, ma tu sei… guelfa o ghibellina?”
Rotoliamo in terra tenendoci la pancia dal ridere. Giulia si offende, rifiuta il caffè, si alza e se ne va.
Riparlando, convenimmo che Giulia non sapeva nulla di quello che stava dicendo. Erano discorsi che probabilmente aveva captato a tavola in famiglia, o alle feste al country club, con Gianluigi Buffon a fare il paggio di Corte. Così come la battuta che aveva suscitato quasi la stessa ilarità, quando si era lamentata che “Si, cioè, mio nonno c’ha undici case, e non è mica giusto che deve pagare l’Ici anche sull’undicesima”.
L’elettorato Italiano, per fortuna, non è composto da gente del calibro e del conto in banca dei genitori o il nonno di Giulia. La percentuale di popolazione che possegga un reddito tale da essere gravata dalla nuova pressione fiscale è in realtà un 7-8% della popolazione nazionale. Ma questo non conta. Purtroppo, l’elettorato Italiano è composto in gran parte da quel famoso ceto medio che campeggia da una settimana sulla prime pagine de Il Giornale: il ceto medio che non è ricco ma vorrebbe diventarlo, il ceto medio fatto di famiglie di mercanti, di negozianti, di lavoranti, che vogliono dimenticare di provenire da mondi contadini o operai e che si sentono ricchi almeno nello spirito, e che sono spaventati dalla minaccia di demoniaci attacchi ad un benessere che non possiedono.
Non c’è nulla di più efficace che sventolare la minaccia di un rincaro sul bollo dei fuoristrada di lusso sotto il naso di chi il fuoristrada di lusso non lo possiede nemmeno, ma sogna di possederlo, e sogna di far parte del mondo di chi lo possiede, e senza esserci ancora entrato si scaglia contro chi minaccia di tassare il suo sogno, e possiede ancora la preoccupazione di dover pagare, che appartiene a chi ricco non è, ma già con la piccolezza morale di non voler pagare pur avendo la possibilità di farlo senza problemi, che appartiene a chi ricco lo è.
L’unica speranza è che la Riforma non venga ostacolata da fenomeni strutturali dell’economia nazionale o Europea, o da fenomeni estemporanei macroeconomici che modifichino l’andamento generale delle economie europee. La speranza è che la riforma abbia tempo di funzionare (cioè che Rifondazione, i Verdi, Mastella &C. non vadano a farla fuori dal vaso fino a far cadere di nuovo il governo), in modo che gli effetti positivi nel lungo termine dei prossimi tre o quattro anni abbiano modo di esplicarsi, modificando l’impianto economico del nostro Paese.
Altrimenti, alle prossime elezioni, ci troveremo di nuovo sul groppone il primo pirla che riempia le strade con manifesti “Meno tasse per tutti”.