sabato, 28 ottobre 2006

Perché parlare di precarietà?

 

Partendo dai numeri ci si rende conto che le cifre sono spaventose, infatti nel nostro paese si contano 1 milione e mezzo di lavoratori poveri e atipici.

Su  9 milioni e mezzo di iscritti ci sono 1.475.111 parasubordinati, a cui vanno aggiunti 209mila che hanno una partita Iva individuale. In prevalenza di sesso maschile, con un età media di 41 anni, di  cui 35% donne, oltre il 58% di loro ha un reddito che non supera i 10mila euro, solo il 7% dichiara più di 50 mila euro.

Gli atipici si trovano prevalentemente nella pubblica amministrazione, nei servizi alle imprese e nei pubblici servizi che insieme superano il 70% del totale.

Il nucleo degli atipici è composto in prevalenza : dai collaboratori dei giornali, dottorandi di ricerca del Miur, collaboratori parasubordinati, collaboratori occasionali, gli associati in partecipazione e i venditori porta a porta.

Altro elemento di rilevanza riguarda l’orario di lavoro, il 63% nel settore privato lavora più di 38 ore a settimana, a volte anche più di 45 ore.

 Non va meglio il salario, infatti un lavoratore su due guadagna meno di 1000 euro al mese, mentre più della metà dei collaboratori che hanno professioni qualificate in ambito scientifico guadagna fra gli 800 e i 1200 euro al mese.

Il rapporto della NidilCgil, che ha presentato questi risultati appena evidenziati, mette inoltre in luce  un altro elemento fondamentale, ovvero il fatto che le retribuzioni sono fissate tramite contrattazione individuale, fuori dal contratto nazionale, ed è  evidente che tale contrattazione  porti a uno svantaggio nei confronti del lavoratore.

Dati importanti, soprattutto se si considera come vengano trattati collaboratori professionali scientifici, o comunque ricercatori in generale che oltre ad essere in una condizione di precariato permanente, vengono anche salariati con compensi ben al di sotto delle loro capacità.

È chiaro come questi dati debbano fare riflettere,  soprattutto dobbiamo riflette noi giovani, che quasi sicuramente andremo incontro ad un lavoro precario, mal pagato e non garantito.

Dobbiamo avere il coraggio  di chiedere un mercato del lavoro più equo, che ci possa permette di avere un lavoro dignitoso e in coerenza con il diritto costituzionalmente .Perché la precarietà non diventi la regola e con essa non vengano meno tutti quei diritti che con fatica si sono costruiti negli anni.

Rivendichiamo il diritto ad un lavoro che ci permetta di costruirci un domani, e con il nostro anche quello della società in cui viviamo.

 

Gruppo liberaMENTE.

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mercoledì, 25 ottobre 2006

Imperia retrocede di 12 posizioni nell’indagine di Lega Ambiente.

 

 

Imperia si ritrova 97°su 103 comuni di Italia, nella classifica nazionale portata avanti da Lega  Ambiente e che riguarda la qualità delle risorse e la capacità  di gestione e tutela ambientale.

Un bel ruzzolone indietro, che fa perdere alla nostra cittadina ben 12 posizioni rispetto all’anno 2005, mentre le nostre vicine,  guidano la classifica, con la Spezia  che si attesta in  3°posizione, Genova è 27° e Savona 31°.

I parametri utilizzati dall’indagine Ecosistema Urbano 2007, riguardano vari elementi di natura ambientale che vanno dalla qualità dell’acqua a quella del trasporto urbano, e conferiscono il punteggio determinando la classifica nazionale.

È da sottolineare il fatto che la media nazionale si attesta al 54,19%, mentre Imperia è al di sotto di alcuni punti quantificando un punteggio pari al 41,8%.

In modo del tutto sintetico e schematico, riporto i risultati dell’indagine, per ulteriori chiarimenti esorto i lettori a consultare il sito di Lega Ambiente.

Per quanto riguarda la qualità dell’acqua, ovvero secondo il parametro dettato dalla legge 31/2001, Imperia si attesta nella 45° posizione , infatti la presenza media di nitrati per mg/l è del 6,5, mentre per quanto riguarda eventuali perdite idriche causate dalla rete, la nostra cittadina si difende ritrovandosi all’ 11°posto.

Nella produzione di rifiuti urbani ci attestiamo con una media annua di 804,0 kg di spazzatura per abitanti conquistandoci la 97° posizione in graduatoria, nemmeno il dato della raccolta differenziata a fronte di cotanta spazzatura pare confortante, siamo alla 68° posizione con una raccolta pari al 13% del totale, ben al di sotto della media nazionale che è del 21,7%.

Passando al trasporto pubblico, il dato fornito è calcolato come chilometri effettuati dal vettore pubblico per abitante,  dato rilevato è di 18 chilometri all’anno per abitante con posizione di media classifica ovvero 24°su 40 (il calcolo è effettuato sulle piccole cittadine)

Anche i dati sul verde pubblico non sono positivi, con 4,32 mq per abitante attestandoci al 67° posto, mentre siamo 73° per l’estensione delle piste ciclabili con 0,67metri equivalenti per abitanti.

Ultimo posto per le certificazioni ISO, ovvero di innovazione  e attenzione delle imprese all’ambiente.

Chiaramente anche la mancanza del depuratore, sottrae notevoli posizioni alla nostra cittadina (ben 10)

Dati non di certo positivi, soprattutto per una città che vuole puntare sul settore turistico!!!

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lunedì, 16 ottobre 2006

L'UNIVERSITA' IMPERIESE IN CERCA DI UN ANIMA 

L’altro giorno leggendo il quotidiano la stampa mi sono soffermato su un articolo dal titolo: “ Addio mito dei bocconiani: “Non sono classe dirigente”.

Quest’articolo, riprendeva il libro, scritto da Salvatore Grillino, il quale sosteneva che oggi gli studenti bocconiani si presentano essere: “ egoisti e insensibili e  completamente disinteressati da quello che sta attorno all’università, concentrandosi unicamente attorno i problemi accademici e non al mondo circostante.

L’invito rivolto da Grillini, che è stato per anni dirigente della prestigiosa università Milanese, è quello di coltivare passioni esterne al mondo universitario, in quanto la conoscenza universitaria non è sufficiente per una conoscenza consapevole.

Proprio per quanto riguarda la creazione dei punti di ritrovo, Grillini ha elogiato pubblicamente le poche reti culturali giovanili esistenti all’interno del mondo universitario Bocconiano, quali la rete “Lilliput”.

Francamente da studente Universitario, condivido  le preoccupazioni evidenziate da questo libro, e credo che la problematica sia estendibile a altre realtà universitarie Italiane, sicuramente meno prestigiose ma pur sempre idonee nel creare le future classi dirigenti.

 È comunque chiaro che se anche il presente studente universitario non dovesse essere classe dirigente, dovrà comunque essere un buon cittadino, per buon cittadino, intendo chiaramente un soggetto capace di sviluppare la democrazia quando ce ne sarà bisogno, ma anche di opporsi alle scelte sbagliate della democrazia quando sarà il momento.

Tornando al presente, mi rendo conto di come soprattutto nell’università nella quale io vivo, quella Imperiese, ci sia poco spazio tra gli studenti stessi per la creazione di movimenti culturali, di lavoro o più semplicemente di spazi di incontro che portino a conclusioni non sterili.

Forse l’individualismo prevale sulla volontà di costruzione di progetti comuni?

Il termine individualismo non è casuale , proprio perché mi rendo conto di come l’università Italiana, sia fondata su una morbosa competizione inter studentesca, che cancella ogni barlume di capacità costruttiva comune.

È chiaro che il modello universitari altro non fa che riproporci su altra scala, uno scenario sociale basato sul liberalismo più sfrenato dove la produzione prevale sulla ragione, e dove l’ideale soccombe all’opportunismo politico.

Chiedete al primo universitario che passa, il perché della sua scelta accademica, e vi risponderà: “ avrò uno stipendio migliore”, una scelta non sospinta dalla reale sete di conoscenza, la quale si tramuterà in una possibilità di aiuto e progressione sociale.

Credo che l’università dovrà cambiare per poter sopravvivere a se stessa, e per evitare di limitarsi a sfornare “operai universitari”.

L’università deve smettere di chiudersi in se stessa, è ora che affronti la realtà sociale, che provi a capire e se è il caso studiare modelli sociali alternativi.

È chiaro che l’intera  colpa  non può ricadere sulla struttura universitaria, ma per buona sostanza è anche degli studenti che la compongono, e per tale ragione mi rivolgo ai miei colleghi Imperiesi dicendogli:

uscite, relazionatevi, create cultura e aggregazione, perché questo significa essere studenti, il voto sul libretto è altra cosa.

C’è bisogno che la nostra università Imperiese cresca, che riceva finalmente un anima studentesca….che crei i suoi punti di incontro culturale rivendicati e pretesi da noi stessi. Solo così potremmo dirci studenti universitari.

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martedì, 10 ottobre 2006

LA VITA NON E’ TUA… CONTINUA A SOFFRIRE!!

 

“Caro Presidente,
scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.

Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.
La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.
Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.

Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico”.

 

Queste, per chi non lo avesse ancora capito, sono le parole con cui Piergiorgio Welby si è rivolto al nostro presidente della repubblica Napolitano.

Subito dopo, la richiesta del nostro Presidente di aprire un dibattito parlamentare su questa tematica molto importante, gli animi del mondo politico e religioso si sono infiammati, facendo nascere per l’ennesima volta questa grande lotta tra chi è a favore e chi invece è assolutamente contrario, e si batte con tutte le proprie forze affinché l’eutanasia non divenga una cosa legale nel nostro paese.

“La vita c’è l’ha donata Dio e non abbiamo il diritto di porvi fine prima del tempo dovuto” questo è quello che si sento dire troppo  spesso da troppe persone, ma è facile parlare quando azioni come muovere una mano o come alzarsi da soli alla mattina sono talmente scontate che neanche ci si fa caso, e si preferisce lamentarsi perché il caffè preso era troppo amaro.

Come dice il famoso oncologo Umberto Veronesi “"L'eutanasia è un atto di carità. Un atto di giustizia. Uno Stato che non accetta l'eutanasia è sostanzialmente uno Stato oppressivo. Perché non accetta un principio fondamentale di libertà: quello dell'autodeterminazione. Cioè che la vita ci appartiene. Come diceva Indro Montanelli, ognuno di noi deve essere libero di scegliere della propria vita e della propria morte".

 

E dunque mi chiedo… chi siamo noi per poter decidere della vita di un altro? Chi siamo noi per poteri dire, anche ad un non credente, la vita è di Dio, tu non puoi scegliere…. Ma allora, in questo momento non siamo proprio noi che attraverso le nostre convinzioni  continuiamo a decidere della vita degli altri??

Il suicidio è un comportamento legalmente accettato. Il tentato suicidio è considerato un fatto personale, e quindi non legalmente perseguitato; ma allora perché chi ha la possibilità di muovere le proprie mani, le proprie braccia, le proprie gambe, può decidere di liberarsi del peso della vita, quando questa sia diventata troppo difficile da sopportare, e chi invece trovandosi in una situazione ancora più catastrofica non ha la “libertà di scegliere”?  Si, esatto, avete letto correttamente… libertà di scegliere, questa è la cosa fondamentale.  Infatti per tutti coloro che credono che la vita appartenga a Dio… beh.. loro continueranno ad avere la possibilità di continuare a scegliere di soffrire, nessuno imporrà loro il suicidio. Ma al contrario,   non è giusto continuare a imporre un credo ad un non credente.

A tutto questo  non ci sto! E ora mi rivolgo a tutti coloro che continuano a rivendicare che la vita appartenga a Dio,  “Andateci voi da Piergiorgio e da tutti coloro che come lui chiedono di porre fine alla loro sofferenza… andateci voi, e guardandoli nei loro occhi che implorano aiuto dite loro: LA VITA NON E’ TUA, CONTINUA A SOFFIRE”.

                                                                                                                      Elisabetta

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martedì, 10 ottobre 2006

Bravi bravi, bene bene, ciao ciao

Buona riforma, perdiamo le elezioni

 

Una Legge Finanziaria come quella appena approvata in Italia era necessaria in un paese europeo, all’interno dell’Europa degli ultimi due anni, vittima della scure destrorsa del mito della flessibilità e della liberalizzazione imprenditoriale indiscriminata premiata ed incentivata a livello statale. A sud della Germania Mercheliana,  appena uscita da un governo socialdemocratico ed approdata in un’epoca liberaldemocratica di stampo democristiano e filoindustriale, che si porterà strascichi per qualche lustro, è fenomenale e sorprendente veder apparire in Europa una legge Finanziaria che recuperi le basi della Socialdemocrazia, come la centralità del lavoro rispetto all’impresa, la redistribuzione del reddito e la tutela del welfare e della struttura dello Stato Sociale.

Era ancor più necessaria in un paese come il nostro, appena uscito da un quinquennio disastroso, che ha fatto a pezzi una Nazione Economica, disfacendo la tutela del lavoro e la tutela delle classi deboli, dove le leggi ad hoc per una persona hanno distratto l’intero dibattito politico ed attirato molta più attenzione dei reali problemi che un governo destrorso e manovrato dalla Confindustria avrebbe ad ogni modo creato.

La nuova legge elettorale ha messo le mani sul costo del lavoro per le imprese, promuovendo sgravi per le imprese che favoriscano il lavoro a tempo indeterminato ed i dipendenti fissi, abbattendo il mercato selvaggio della precarietà. L’aggiunta di un’aliquota al calcolo delle imposizioni Irpef per i redditi alti ed una riforma delle condizioni di detrazione ed esenzione fiscale per i redditi bassi è un passo avanti verso la necessaria parcellizzazione delle aliquote fiscali, che ridistribuiscano la pressione fiscale in ragione del reddito aumentando la proporzione di imposizione fiscale sul totale del reddito al crescere del reddito stesso.

A livello strutturale non si tratta di un’ottima riforma, anche se passa la sufficienza (let’s say it: al contrario di qualunque riforma varata nell’ultimo lustro berlusconiano). La riforma ha avuto il problema di reperibilità di fondi pubblici, e non prevede una redistribuzione degli introiti agli enti locali per compensare la riduzione di gettito fiscale a livello territoriale; la conseguenza diretta è il reale rischio di un inizio di nuova indisciplinata pressione fiscale degli Enti Territoriali che dovranno rientrare nei tetti di budget delle proprie amministrazioni.

Tuttavia il giudizio globale sulla riforma è più che positivo. Controprova della bontà della manovra è l’assalto dei giornali di destra che vengono letti dalla media e bassa borghesia: si sta cercando di demonizzare l’attacco al ceto medio. Una socialdemocrazia ha il dovere di ridistribuire il reddito, ed i ceti medio-alti sono la riprova che la loro condizione di privilegio squilibra l’economia della Società, ed è quindi da questi ceti dell’Economia Nazionale che deve provenire il maggiore gettito fiscale: da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo le sue necessità.

Quindi bravi, quindi bene. Ecco perché, se si votasse fra sei mesi, perderemmo le prossime elezioni.

Vado a spiegarne il mio punto di vista

Una sera di primavera, prima delle elezioni, si stava nella cucina del mio appartamento scarcagnato di studenti squattrinati, che si trova incastrato però fra appartamenti signorili di un palazzo signorile della signorilissima zona Crocetta di Torino. Si parlava di energie alternative, quando suonano alla porta. Entra la figlia della famiglia nostra dirimpettaia di pianerottolo. La ragazza è figlia di una ricca famiglia della Torino-bene, va alle scuoe private, gioca a golf la domenica, partecipa a feste di compleanno i cui ospiti d’onore sono i giocatori della Juventus e se la si spoglia da capo a piedi si ammucchiano a terra dai due ai tremila euro di vestiti ogni volta. Ma la giovincella si è fatta amica la mia coinquilina, una squisita arrampicatrice sociale senza scrupoli, e così finisce che la rampolla viene da noi proletari a farsi offrire il caffè.

“Ciao Giulia. Partecipi alla discussione? Si parlava di fonti di energia rinnovabili”

“Purché non si parli di politica. Non ne posso più”

“Perché Giulia?”

“Parlano tutti di politica, sempre. Anche a casa mia. Io non ne posso più”

Noi, che siamo cattivi, ci divertiamo a stuzzicarla.

“Ma dài, Giulia, tu per chi voteresti?”

Per fortuna la rampolla è ancora minorenne e la legge le impedisce di far danni apponendo una croce su un pezzo di carta.

“Ma non lo so, io non voto”

“Si, ma se potessi per chi voteresti”

“Ma non lo so,  forse per l’Udc”

Gelo. Poi, panico. Poi, stupore. Poi, viene da ridere.

“Eh?”

“Ma si, dài. Perché, cioè, insomma, cioè, votare per Berlusconi non puoi no? Ma neanche per la sinistra. Perché la Sinistra vuol prendere la borghesia”, e mette la mano stesa a palmo in giù, “e fare così”, e volta la mano a palmo in su, “e farla diventare popolo!”.

Gelo. Stordimento. Nessuno riesce a pronunciare verbo per un intero minuto. La mia coinquilina fa il caffè fischiettando. L’altro mio coinquilino guarda il soffitto. Io guardo Giulia estasiato.

Alla fine non resisto.

“Giulia… hai veramente detto borghesia?”

E la mia coinquilina, facendo il  caffè:

“Si, e ha detto anche popolo”

Sghignazzo. Poi trattengo la risata e dico:

“Beh, signori, benvenuti nel 1848”

Scoppia una risata generale. Giulia è l’unica che si acciglia offesa.

Il mio coinquilino, più cattivo di me, rincara la dose:

“Giulia, ma tu sei… guelfa o ghibellina?”

Rotoliamo in terra tenendoci la pancia dal ridere. Giulia si offende, rifiuta il caffè, si alza e se ne va.

Riparlando, convenimmo che Giulia non sapeva nulla di quello che stava dicendo. Erano discorsi che probabilmente aveva captato a tavola in famiglia, o alle feste al country club, con Gianluigi Buffon a fare il paggio di Corte. Così come la battuta che aveva suscitato quasi la stessa ilarità, quando si era lamentata che “Si, cioè, mio nonno c’ha undici case, e non è mica giusto che deve pagare l’Ici anche sull’undicesima”.

L’elettorato Italiano, per fortuna, non è composto da gente del calibro e del conto in banca dei genitori o il nonno di Giulia. La percentuale di popolazione che possegga un reddito tale da essere gravata dalla nuova pressione fiscale è in realtà un 7-8% della popolazione nazionale. Ma questo non conta. Purtroppo, l’elettorato Italiano è composto in gran parte da quel famoso ceto medio che campeggia da una settimana sulla prime pagine de Il Giornale: il ceto medio che non è ricco ma vorrebbe diventarlo, il ceto medio fatto di famiglie di mercanti, di negozianti, di lavoranti, che vogliono dimenticare di provenire da mondi contadini o operai e che si sentono ricchi almeno nello spirito, e che sono spaventati dalla minaccia di demoniaci attacchi ad un benessere che non possiedono.

Non c’è nulla di più efficace che sventolare la minaccia di un rincaro sul bollo dei fuoristrada di lusso sotto il naso di chi il fuoristrada di lusso non lo possiede nemmeno, ma sogna di possederlo, e sogna di far parte del mondo di chi lo possiede, e senza esserci ancora entrato si scaglia contro chi minaccia di tassare il suo sogno, e possiede ancora la preoccupazione di dover pagare, che appartiene a chi ricco non è, ma già con la piccolezza morale di non voler pagare pur avendo la possibilità di farlo senza problemi, che appartiene a chi ricco lo è.

L’unica speranza è che la Riforma non venga ostacolata da fenomeni strutturali dell’economia nazionale o Europea, o da fenomeni estemporanei macroeconomici che modifichino l’andamento generale delle economie europee. La speranza è che la riforma abbia tempo di funzionare (cioè che Rifondazione, i Verdi, Mastella &C. non vadano a farla fuori dal vaso fino a far cadere di nuovo il governo), in modo che gli effetti positivi nel lungo termine dei prossimi tre o quattro anni abbiano modo di esplicarsi, modificando l’impianto economico del nostro Paese.

Altrimenti, alle prossime elezioni, ci troveremo di nuovo sul groppone il primo pirla che riempia le strade con manifesti “Meno tasse per tutti”.

postato da: liberamente2006 alle ore 10:22 | Permalink | commenti (1)
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